Descrizione
Il toponimo, che deriva dal latino ROTA, ‘ruota’, o dall’omonimo termine calabrese, inteso nel senso di ‘mulino, ruota da mulino’, ha assunto la forma attuale con l’Unità d’Italia, precisamente nel 1863, per richiamare il rito religioso tipico greco-bizantino in uso fino alla seconda metà del Seicento (durante il pontificato di Papa Urbano VIII il 14 dicembre del 1634 nel Regesto Vaticano è contenuto un decreto della Propaganda Fide con la quale si dà licenza sia a Rota che ad altre comunità limitrofe di passare al rito latino.
L’esistenza di Rota Greca nel tempo è testimoniata in diversi fonti storiche:
- un primo documento che fa riferimento all’anno 849, quando “Rotam” era compresa nel Gastaldato longobardo di Cosenza. In tale documento si dava particolare rilievo sua posizione strategica da un punto di vista militare (“Guardiola”);
- la Bolla papale del 21 settembre del 1089 con la quale Papa Urbano II assegna il monastero di "Santa Maria della Rota" all’abate Pietro del monastero benedettino della Santa Trinità di Cava dei Tirreni.
- altre bolle papali che attestano la presenza del monastero sono quella del 30 agosto 1100 di Papa Pasquale II, quella di Papa Anacleto II che concede a Simeone la proprietà fino al 1137, e, la bolla del 6 maggio 1149 di Papa Eugenio III che conferma “Possessione B. Petri” (e poi 30 gennaio 1169 papa Alessandro III la conferma all'abate Marino).
Il territorio del monastero di “Santa Maria della Rota” era diviso in parecchi casali, tra questi erano i più importanti per il numero dei fuochi, erano: il casale di “Santa Maria La Rota” chiamato anche “Terrae Rotarum” e il casale di “Magnocavallo” chiamato anche “Mangalavita”. “Santa Maria della Rota” con “Mangalavita” formavano il minimo nucleo originario della comunità.
La forma vera e propria di abitato, comunità strutturata e organizzata, si configura tra il XV e il XVI secolo, ad opera di un gruppo di profughi albanesi, accolto nella zona dal principe di Bisignano. Il ripopolamento di quest’epoca, fa sì che, anche, il monastero vive un momento di rilancio e sviluppo. Nonostante la presenza della popolazione greco-albanese, Rota, a differenza dei paesi limitrofi, non ha mantenuto la tradizione arbëreshë, né la lingua: resta, oggi, solo traccia di qualche toponimo di derivazione e di qualche antico canto in lingua greca, probabilmente derivante dall’uso del rito greco-bizantino del passato (Torchie Partena - Ave Maria in greco diffusa ancora oggi nei paesi arbëreshë di rito greco-bizantino). Verso la metà del ‘500, Rota fu assegnata al nobile casato cosentino dei Cavalcanti che, insigniti del titolo di marchesi, ne conservarono il possesso fino all’abolizione del feudalesimo, sancita dalle leggi napoleoniche. Nel 1541 veniva smembrato alla cosentina famiglia Cavalcanti che, in due rami, lo
possedette ininterrottamente fino all’eversione della feudalità (1806), con il titolo di Marchese. I francesi, per la Legge 19 gennaio 1907, ne facevano un luogo, ossia Università, nel cosiddetto governo di San Marco. Per l’istituzione dei comuni e dei circondari, Decreto 4 maggio 1811, Rota, cui veniva attribuita la frazione di Mancalavita, veniva trasferito nel circondario di Montalto. Nel riordino amministrativo disposto dal Borbone, Legge 1 maggio 1816, subiva un ulteriore trasferimento passando nella giurisdizione di Cerzeto”.
Galleria